...perché Siena, la nostra meravigliosa città, merita di essere una città a 5 stelle

Quello che non mi piace di Matteo Renzi…

… e quello che invece mi piace

QUELLO CHE NON MI PIACE

Premetto subito che spero sinceramente che Renzi ce la faccia, per il Paese e per la mia discendenza (già quattro nipotini), ma non mi piace e mi fa paura perché con la sua rumorosa ascesa ha risvegliato  la voracità di un partito ormai in ginocchio, con ciò anche ridando automaticamente lustro all’intero sistema-partiti (visto com’è ringalluzzito il Berlusca?). Peggio: ora i problemi del Paese e del Partito sono intrecciati tra loro: il segretario del partito è automaticamente capo del governo come nell’ URSS di infausta memoria. I parlamentari non avranno problemi: si porteranno dietro la tavoletta (tablet direbbe Renzi) come fanno ormai da tempo, così seguono il libro delle facce (facebook, come sopra), giocano ai giochi (games, come sopra) che gli hanno insegnato i figlioli, mentre le parlamentari, se meno informatizzate, possono fare la calza.

L’unica cosa positiva di questa crisi era che il consenso popolare verso i partiti fosse sceso al 3%. Pareva ormai vicina l’ora in cui ci saremmo liberati di questa cappa di piombo, massima responsabile, anzi l’unica,  della particolare durezza della crisi italiana. Via il finanziamento ai partiti, via il potere delle segreterie sulla politica, compreso soprattutto quello di nominare i parlamentari e le cariche para-politiche: il potere poteva finalmente tornare alle assemblee composte da eletti del popolo, e magari anche oltre, restituendo a quest’ultimo la sovranità che la Costituzione gli riconosce, negandola ai partiti. Poteva essere l’occasione per liberarci finalmente dal cancro mafioso della partitocrazia, ridurre i partiti a libere associazioni private finanziate solo dagli aderenti e uscire definitivamente dalla condizione di subordinazione rispetto alle media più evoluta dei paesi occidentali. Non sarà più così: tanto ci costeranno Renzi e la dabbenaggine di cittadini da troppo tempo ridotti a sudditi, plebe e non più popolo.

E poi chiacchiera troppo. Sembra che nessuno possa fare a meno della sua opinione o di una sua citazione, delle sue suadenti ipotesi. Non era mai successo in questi termini con un primo ministro incaricato. Una logorrea tutto pragmatismo e niente ideali (forse neanche idee). Certo molto buonsenso, ma il più banale. Nessuna tensione o ansia democratica che è l’unica cosa di cui il Paese ha estremo bisogno soprattutto ora. Anzi, il termine democrazia è assolutamente assente nei suoi discorsi. Ma è in buona compagnia perché ciò vale per Berlusconi, Napolitano, D’Alema, Bersani, Gasparri, ecc…, insomma vale per tutti quelli che il rottamatore voleva rottamare (se è questo il nuovo che avanza…).

Nel Pd ci hanno messo un po’ a capire, poi, quando alla fine hanno capito, tutti sono corsi in massa in soccorso del vincitore, come fanno sempre gli Italiani veri. Qualcuno no, ma si tratta di extraterrestri. Tutti gli altri lui li ha fatti salire sul suo carro.

Ma ha promesso di peggio: ci tormenta col “sarò il sindaco d’Italia”,  con ciò intendendo che, come nei comuni, tutto il potere passerà nelle mani del primo ministro a danno delle assemblee elettive (è già così da tempo ma non ufficialmente). Vuol dire più potere al principe e meno potere al popolo, ossia un altro passo verso la dittatura di fatto: ecco perché la democrazia gli è ostica. Anche la riduzione del numero dei parlamentari per ridurre il costo della politica è pura demagogia. Intanto è un madornale errore perché ridurre il numero di quelli che decidono è antitetico alla democrazia, che, non mi stancherò mai di ripetere, è quella cosa di cui in questo momento il Paese ha più bisogno. E poi si otteneva lo stesso risultato limitandosi a ridurre convenientemente le laute prebende dei nostri satrapi, i più pagati del mondo, mentre gli stipendi dei lavoratori sono i più bassi tra i paesi industrializzati. Senza contare che ciò avrebbe comportato la riduzione dell’appetibilità della carica e quindi della vergognosa conflittualità tra le fazioni ‒  altro triste primato italico ‒ a cui assistiamo quotidianamente, perché i più avidi e ambiziosi (forse anche Renzi), vero cancro morale della nostra vita pubblica, se ne sarebbero andati altrove a cercare ciò che loro esclusivamente interessa. Ma forse è solo che ha capito che meno sono gli eletti, più facile concentrare il potere nelle proprie mani.

Però Renzi piace alla gente  in maniera bulgara: l’85% secondo i sondaggi. A destra e a sinistra. Evidentemente agli Italiani le precedenti scottature con altri chiacchieroni come Mussolini, Berlusconi e ci voglio mettere anche l’affabulatore Vendola, sono servite a niente.

Parla, parla, parla facendo sforzi enormi ‒ sempre ridicoli in chi ci prova ‒ per non sembrare toscano, condizione quest’ultima di cui evidentemente si vergogna. Poche persone sono culturalmente più spregevoli di coloro che si vergognano delle proprie origini. Ma gli garba poco anche apparire italiano, perché c’è una lingua molto più ganza, adatta ad un giovane politico rampante come lui: la lingua yankee di Fonzie, anzi dei democratici americani, ossia di quelli che “noi democratici italiani dobbiamo imitare” (parole sue!) quasi che essere imitatori (e quindi servili) fosse più dignitoso che essere originali (e quindi liberi). E giù green economy, okkey, jobs act, main stream, spending review, trend, news … E’ vero, certi intercalari fanno sentire più ganzi (una volta si faceva col latino) perché ovviamente gli Americani sono più ganzi di tutti. Però è sempre  servilismo, consapevole o meno che sia, anzi è il servilismo peggiore, quello culturale. E’ una genuflessione a una cultura ritenuta superiore. E’ un servilismo diffusissimo soprattutto nel terzo mondo (è lì che l’inconsapevole Renzi ci porterà?). Un servilismo generalizzato in tutti i campi che alla lunga (ma mica tanto, basta guardarsi in giro) farà perdere agli Italiani la propria lingua, una delle lingue più prestigiose e famose del pianeta, perché dal suo formarsi in poi è stata la massima protagonista nella fondazione e formazione dell’Occidente. Ma il servilismo ‒ anche quello comune ma peggio quello culturale ‒ ha un risvolto terribile: gli uomini liberi, se vogliono, hanno un futuro, i servi no. Diciamo di più: gli uomini ridotti al servilismo con la forza hanno sempre la speranza di rivoltarsi e recuperare la propria dignità e con essa anche la propria ricchezza. Ma i servi volontari e, nel nostro caso anche entusiastici, non hanno alcuna speranza di riscatto: sempre più poveri ma sempre più felici di servire.

E non si esce da questa crisi scimmiottando servilmente il Padrone Bianco d’oltre-Atlantico. E poi quale scimmiottatura? Possibile che Renzi non si renda conto dell’abisso ‒ in termini di livello democratico ‒ che separa il Pd nostrano dal Pd yankee? Renzi, grazie all’aver conquistato il suo partito, oggi è il politico più famoso e potente d’Italia, senza alcuna legittimazione popolare ufficiale. Tanto che si sente autorizzato a incontrare il pregiudicato capo del partito avversario per stendere con lui leggi di programma preconfezionate a cui i rispettivi parlamentari, tutti nominati, dovranno docilmente piegarsi se vorranno essere ri-nominati alla prossima tornata elettorale che potrebbe anche non essere troppo lontana.  Forse qualcuno, incluso Renzi, conosce il nome del segretario del partito democratico più importante e potente del mondo, quello americano a cui lui spesso fa riferimento? E conosce le sue gesta per conquistare il proprio partito? E le sue manovre per imporre i propri progetti di legge e i propri uomini nei punti chiave del partito e del paese? Certamente no. Perché i partiti negli USA non contano nulla, non fanno la politica ‒ che è di esclusiva competenza degli eletti del popolo ‒ e i loro anonimi segretari non sono neanche parlamentari. I partiti si limitano a mobilitarsi in maniera vistosa e clamorosa al momento delle elezioni, ma non entrano neanche nel merito delle candidature che sono di esclusiva competenza del popolo (non una candidatura e meno che mai una nomina, dal presidente federale fino all’ultimo dei giudici, dei procuratori, degli sceriffi, degli intendenti di finanza, dei prefetti, dei provveditori agli studi, alle autostrade, alle ferrovie… è lasciata all’arbitrarietà delle segreterie di partito o del governo: è la democrazia bellezza!) che le sceglie con elezioni primarie, quelle veraci che sono normate da una legge dello stato, non da una decisione-farsa della segreteria del partito. Dopo le elezioni i partiti negli USA spariscono e non se ne sente più parlare fino alle elezioni successive, perché in una democrazia il potere politico appartiene al popolo e ai suoi eletti, non ai partiti. Ed è frequentissimo il caso in cui alla elezioni di medio termine, quando scadono circa la metà dei parlamentari e vengono eletti i nuovi, il presidente e la sua maggioranza parlamentare  diventino minoranza (un contrappeso spontaneo al potere forte della maggioranza, ossia uno dei fondamenti della democrazia). Bene, il governo continua la sua azione con qualche sforzo in più, ma altrettanto efficacemente, contando, e con successo, sul fatto che i parlamentari tutti sanno di non dover rispondere del loro operato a un partito-padrone, ma esclusivamente al popolo nelle cui mani sta il potere di eleggerli o di mandarli a casa per sempre: il voto trasversale è norma in quella democrazia. Ma Renzi quando cita il Pd americano  è così democristianamente incolto da non sapere queste cose, oppure le sa per cui la sua è semplice, opportunistica ipocrisia?

E a proposito di cultura, Renzi lo sa che il pensiero politico occidentale, ossia l’Occidente stesso, è nato sette o ottocento anni fa proprio in questa parte d’Italia e soprattutto nella sua città e che addirittura proprio a un fiorentino l’America deve il proprio nome? Se lui ora si trova costretto a scimmiottare l’America invece che l’America a scimmiottare lui se lo sarà domandato il perché? Temo di no: questione troppo ardua  perché è questione culturale e perché se avesse provato a rispondersi avrebbe capito che lui in persona e tutto il suo programmino “decisionista” erano l’esatta antitesi di quel sistema democratico americano di cui si vanta imitatore.

QUELLO CHE INVECE MI PIACE DI RENZI

Ci sto riflettendo…

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